Ritornare a scrivere su pietra nel più avanzato mondo digitale. Non è un anacronismo ma una garanzia di trasparenza per il consumatore. Ecco i progetti e le cantine che hanno già aderito alla nuova sfida.

 

Basti un numero tra tutti: oggi 70 miliardi di oggetti parlano tra di loro, a fronte di una popolazione di “appena” 7 miliardi di persone. Di fronte a questo avanzare inarrestabile del mondo digitale, la sfida è, oggi più che mai, riuscire a capire come potersi servire di questa comunicazione globale, per raccontare la propria storia ed essere attendibili anche a migliaia di km di distanza. La blockchain è una delle risposte.

Blockchain, che cos’è?

Letteralmente significa “catena di blocchi”. In pratica è una rete digitale, un registro, un libro mastro contenente informazioni condivise, visibili a tutti e validate con precise regole di sicurezza. Le informazioni possono essere modificate solo con il consenso di tutti i partecipanti e con meccanismi di validazione incrociata. I componenti della rete ne garantiscono la veridicità. Sicurezza, consenso, trasparenza e immutabilità sono, quindi, le caratteristiche principali della blockchain, che, in un certo senso, rappresenta un ritorno a una scrittura su pietra. Da qualche anno, ha fatto la sua comparsa in settori quali lusso, automotive e anche food. E adesso, per la prima volta, è approdata anche al mondo del vino, segnando una vera rivoluzione (della portata di quella copernicana), partita proprio dall’Italia.

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Blockchain: la soluzione di Dnl Gl per le cantine italiane

A proporre una soluzione su misura per il settore – dal nome My Story – è l’ente di certificazione internazionale Dnl Gl (nato nel 1864 a Oslo, oggi opera in oltre 100 Paesi e ha un fatturato di quasi 2,5 miliardi di euro). Il sistema è stato applicato a tre cantine (e a tre vini) che rappresentano tre diverse realtà territoriali del Belpaese: Ricci Curbastro in Franciacorta, Ruffino nel Chianti Classico, Torrevento in Puglia. “Abbiamo scelto di partire dall’Italia, perché è la terra della diversità”, spiega l’m&a and digital transformation director Dnv Gl, Renato Grottola. ”Oggi, questa diversità deve essere comunicata, tenendo presente quali sono le informazioni richieste dai nuovi consumatori, i Millennial. Che non scelgono più in base alla marca ma in base ad altri valori, quali ad esempio la fiducia”.

Blockchain è la principale tecnologia che abbiamo utilizzato”, spiega Luca Crisciotti, ceo di Dnv Gl “per un motore ibrido che si chiama My Story e utilizza anche l’analisi dei Big Data. La finalità è assicurare sicurezza e tracciabilità, sia dal lato produttore, sia dal lato consumatore”. Qual è, quindi, il suo valore aggiunto in un mondo che ad etichette parlanti e informazioni online è avvezzo ormai da tempo? “La certificazione” risponde Crisciotti “che per la prima volta porta i risultati delle attività di verifica direttamente al consumatore, in modo trasparente”.

Blockchain: la certificazione

La certificazione, in questo caso, è quella di Dnv, che ha investito nella Blockchain un milione di euro. Ma non basta. Perché per il debutto italiano, il sistema si avvale di un’ulteriore verifica, che è quella di Valoritalia, l’ente privato di certificazione delle denominazioni. L’incrocio dei dati permette di smascherare immediatamente le false denominazioni. Non è un caso che il presidente di Valoritalia, Francesco Liantonio, sia anche proprietario di una delle aziende che ha deciso di adottare il sistema. Si può pensare nel tempo a un passaggio unico Valoritalia-My story? O a un passaggio tramite i consorzi di tutela, visto che la sperimentazione coinvolge anche il presidente di Federdoc (Ricci Curbastro)? È ancora presto per dirlo. Ma, intanto, vediamo come funziona nella pratica il sistema così progettato.

My Story. Ecco come funziona

Inquadrando il codice a barre di una delle bottiglie certificate (in futuro potrebbe essere un microchip presente nel tappo della bottiglia), si avrà accesso a tutta una serie di informazioni, che vanno dal luogo di produzione alle caratteristiche del suolo, fino alle info di produzione, passando per il numero di bottiglie prodotte. Non vengono, poi, trascurate notizie relative a eventuali processi di sostenibilità, certificazioni bio o riconoscimenti ottenuti (vedi Tre Bicchieri del Gambero Rosso). Vietato barare. Perché tutto quello che viene indicato non solo è soggetto a verifica, ma rimane scritto, provando anche l’eventuale malafede di chi lo ha dichiarato. Giusto per fare un esempio: se si dichiara che un determinato pomodoro proviene dall’Italia e non dalla Cina, bisogna poterlo provare. Non è, quindi, nell’interesse dell’azienda dare informazioni false, soggette al controllo dell’ente certificatore. Costi del sistema? Con i dovuti distinguo, si parla di circa 20 mila euro a linea di prodotto (orientativamente con una media di 6-7 mila bottiglie). I tre vini al momento certificati sono: Santella del Gröm Curtefranca Rosso Doc 2013, Ricci Curbastro; Riserva Ducale Oro Chianti Classico Gran Selezione Docg 2014, Ruffino; Veritas Castel del Monte Bombino Nero Rosato Docg 2017, Torrevento.

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Blockchain: la soluzione di Luxochain

Ma Dnv-Gl non è l’unica a scommettere sul connubio blockchain-vino. Lo sta facendo anche la società svizzera Luxochain, che negli ultimi due anni ha sviluppato una tecnologia che utilizza la blockchain creando un passaporto digitale, che identifica in modo univoco un bene dell’alto di gamma, attestando la sua originalità. “In particolare, la nostra società – che non è un ente certificatore – si occupa della fascia luxory”, ci dice il coo del gruppo Federico Viganò “dalle borse alle opere d’arte, fino ad arrivare alle bottiglie di pregio della categoria wine&spirits. Per quel che concerne quest’ultimo campo, abbiamo brevettato un sistema per un distributore di Singapore (partecipato da un gruppo italiano; ndr). Uno dei maggiori problemi che ci è stato segnalato per i mercati orientali è il cosiddetto refilling (la pratica di riempire bottiglie pregiate con vino di valore inferiore; ndr). Col nostro sistema, ogni informazione di apertura e richiusura di una bottiglia viene tracciata. Stessa cosa accade se la bottiglia è stata rubata. L’informazione viene registrata e diventa impossibile, per l’eventuale ladro, poterla cancellare”.

Luxochain: costi e prospettive

Il costo della soluzione Luxochain varia da cliente a cliente, perché ha tra le sue prerogative la customizzazione. Il gruppo di Singapore, ad esempio, vi ha investito mezzo milione di euro, ma l’idea per la singola cantina o il singolo consorzio è di arrivare al costo di un semplice gestionale, che non vada, quindi, oltre i 100 mila euro l’anno. E il gruppo svizzero guarda anche all’Italia dove, ci svela, è già in contatto con alcune cantine della Franciacorta, per sviluppare nuovi programmi sempre basati sulla tecnologia blockchain. Ma quanto tempo passerà prima che il sistema attecchisca, non solo tra le cantine, ma soprattutto tra i consumatori? “Magari non sarà un processo immediato” ipotizza Viganò “ma a mano a mano che la case vitivinicole, così come quelle di moda, inizieranno su alcune linee di prodotto, prevediamo un effetto a cascata, fino a giungere ai prodotti di fascia piu bassa. Il meccanismo è semplice: tutti hanno accesso a tutte le informazioni su quel prodotto. Molto banalmente: aumenta la trasparenza e aumentano fiducia e valore”.

Il parere del fondatore di Seeds&Chips

Sull’opportunità rappresentata dalla blockchain non ha dubbi il fondatore di Seeds&Chips, Marco Gualtieri, che a fine anni ’90 ha anche fondato Ticketone (poi passata in mano tedesca), scommettendo su un sistema che allora sembrava un po’ troppo futuristico per l’Italia. Infatti, ai tempi il successo tardò ad arrivare. Adesso, il suo incitamento è a non perdere questa nuova occasione. “Allora, l’Italia ne ha perso una, perché nessuno si fidava di comprare online. Adesso dobbiamo andare fino in fondo e l’agroalimentare ha la responsabilità di portare avanti questa rivoluzione. Partendo dal nostro Paese, può venirne fuori un modello visionario globale. Che nel nostro caso potrebbe anche risolvere il problema dell’italian sounding”. Punto di forza della blockchain è la creazione di un sistema di fiducia tra consumatore e produttore. E come ricorda Gualtieri: “La moneta del futuro è proprio la fiducia”.

La Blockchain certifica anche le ricette della tradizione

Anche il food non è esente dalle applicazioni della tecnologia blockchain. Una delle ultime startup in questo settore è nata a Roma nel 2018, si chiama pOsti. Premiata da Confcommercio per l’innovazione nei servizi, a luglio scorso ha sviluppato e lanciato un servizio digitale per la tracciabilità certificati della filiera del cibo: certificato di qualità, storia, composizione, lavorazione e piatto finale. È accaduto con la panzanella realizzata dallo chef Antonello Colonna, prima di una serie di ricette certificate. Per il consumatore, la possibilità di trovare sulla piattaforma pOstiChain tutti gli elementi che raccontano il proprio piatto; per i ristoratori la possibilità di essere garanti dell’autenticità. Assieme a Insor per la ricerca storica, Food Chain per la parte tecnologica e Naccp per gli aspetti nutrizionali, la società pOsti ha previsto un tour italiano in 12 tappe. Una di queste è in Veneto, dove punta a tracciare due ricette tipiche: il risotto al radicchio e le sarde in saor. Il ceo e co-fondatore, Virgilio Maretto, annuncia anche un nuovo progetto su Roma, con la tracciabilità della mozzarellina fritta, in collaborazione con Pastella (friggitoria di Martino Bellincampi). “Al centro del nostro progetto” dice Maretto “c’è la tutela del cibo italiano”.

a cura di Loredana Sottile

Questo articolo è uscito sul nostro settimanale Tre Bicchieri del 17 gennaio 2019

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